Prima del buio
Nel vento che sferza anche la sera
ammutolisce il suo rossore e si fa
nera anzitempo nell’inquieto
sfilacciarsi di nubi a presagio
di pioggia, fors’anche tempesta.
Resistono nei tronchi provati
dall’usura delle stagioni impavidi
olivi secolari che si ergono
nel cielo viola di lampi e frecce
di luce a tagliare grovigli di vecce
nell’avvicendarsi delle forme
scolpite come totem di resilienza.
In questo paesaggio che declina
in una notte orfana di stelle
si scaldano al fuoco dei ricordi
parole per cantare,ancora, la vita
que brilla prima del buio.
***
Scrivo le mie parole
Scrivo le mie parole perché non
si perdano nel vento della dimenticanza
e perché qualcuno le respiri
e ne faccia ossigeno per i giorni
senza aria nel chiuso della mente.
Scrivo le mie parole per specchiarmi
nel riflesso iridescente che tracima
dalla pagina dove si annidano in
imperfetto dedalo di stelle e tempesta
emozioni pescate nella rete della
anima che preme per farne voce
a dire che siano conchiglie sulla battigia
a ricordo di ciò che sta dentro il mare.
Scrivo le mie parole per farne un diario
dove i giorni non volino via come
foglie nel calpestìo di frettolosi passi
ma per poter leggere ancora pensiero
che sia segno di ore vissute nei giorni
alla ricerca di approdi sperati e di lotte
nella conquista di un tempo in fuga.
***
Sillaba di pace
E’nell’ora della canicola quando i raggi
sono lingue di fuoco e tutto diventa
silenzio nell’afa che acquieta ogni voce
che più alto si ode il mantra delle cicale.
Nascoste nel fogliame, sono la voce
antica dei passi nella pineta in riva
al mare dove i pinoli erano tesoro
e le conchiglie perle per monili
da esibire nell’innocenza dei giorni.
Mas ecco che amara bacca di ginepro
apre a rimorsi non sedati dal tempo
e s’accanisce lo stordire della canicola
che si fa fuoco che arde e morde
nel ricordo d’assenzio di parole
e di gesti che restano ustioni senza
il balsamo dell’oblìo a spegnere.
In questo fluttuare dei confini
tra il frinire senza sosta delle cicale
come ritmo dell’ulcere del rimpianto
trascorre l’ora che s’ammansisce
nel trascolorare del giorno e dell’afa
quando il canto dei grilli apre scenari
di respiro nuovo nell’alito della sera
che è velo di quiete sugli spini dei pensieri
che si volgono alle lucciole chiedendo
una stilla di luce che sia sillaba di pace.
Ha un titolo tanto enigmatico quanto affascinante la nuova creatura poetica dell’autrice toscana Gabriella Paci: “Il taglio dell’ombra”. Eppure non è possibile tenere a freno la curiosità di scartarne l’involucro e scoprirne il contenuto, gustarne la polpa. Ciò mi fa immaginare la medesima sensazione di desiderio e di stupore che accolse nel 1932 l’uscita di “Oboe sommerso” di Salvatore Quasimodo, ovvero una delle più importanti raccolte poetiche del Novecento nonché autentica pietra miliare dell’Ermetismo. E non posso non negare di essere rimasto, sin dalla prima lettura, conquistato e piacevolmente impressionato dalla accresciuta maturità della versificazione coinvolgente e sicura della poeta aretina.
Gabriella, indubbiamente, con questa silloge si è data un compito arduo se non improbo: tagliare l’ombra, lacerare qualcosa che in fin dei conti è tangibile, ci “accompagna” ogni qual volta la luce solare “colpendo” il nostro corpo prolunga i nostri lineamenti sopra ad ogni superficie. L’autrice, però, dimostra di possedere i requisiti e il giusto coraggio per assolvere la “missione” che si è prefissata. Infatti non si accontenta di osservare ciò che accade attorno a lei, ma indaga instancabilmente e come l’Ulisse dantesco “mette ali al folle volo” delle proprie parole, della propria sete di conoscenza cercando di oltrepassare quella sottile linea di demarcazione fra il finito e l’infinito, il qui e l’oltre fino a dove sia possibile distinguere le luci, anche se flebili, di un approdo possibile e sicuro.
L’insieme dei testi che compongono la raccolta si presentano organici nella loro esposizione e tendono ad abbracciare le più svariate tematiche: l’attualità stringente della piaga dei femminicidi, in particolare quelli che hanno sconvolto l’opinione pubblica come ad esempio quelli di Giulia Cecchettin e Michelle Causo, il martirio delle popolazioni ucraine e palestinesi oggetto dei due sanguinosi conflitti che stanno devastando un angolo di Europa, da una parte, e di Medio Oriente, dall’altra, l’amore declinato in tutte le sue forme e in particolar modo per gli affetti a lei più cari, nonna Rosina, la madre, il nipotino, per luoghi intimi e privilegiati, Cortona, Taranto, fino alla propria fede religiosa. Tutto questo serve a Gabriella per dimostrare che chi scrive versi non è una entità astratta e avulsa dal contesto sociale nel quale vivi, ma anzi ne è pienamente partecipe. La poeta non ha timore di mettere a nudo non solo la propria anima, mostrandone le fragilità, le empatie, le ferite, ma anche di questa nostra società sempre più liquida, sfuggevole e consumistica tale da lasciare indietro chi non si vuole, o più spesso non può, conformarvisi perché per poter “cantare” la vita in tutte le proprie sfaccettature spesso occorre passare dalla porta stretta del dolore letteralmente “caricandosi nel sangue”, come cantava Ivano Fossati, le esistenze altrui.
Le poesie “Scrivo le mie parole”, “Abbracci d’infinito” e “Radici di libertà” potremmo definirle non a torto veri e propri manifesti se non dichiarazioni d’intento dove l’autrice dimostra quanto la parola, se usata correttamente, possa divenire un’arma efficacissima per aprirsi un varco, termine caro al Montale degli “Ossi di seppia”, nelle maglie strette delle ombre. E le ombre sono per lo più interiori arrivando ad occludere il nostro stesso sguardo impedendoci di scrutarci dentro. È come se il cielo che è in noi biblicamente si chiudesse e noi vivessimo una personale “cattività babilonese” dove la nostra anima pare, simbolicamente, una cetra appesa alla fronda di un salice. Si sente, pertanto il bisogno di un paraclito, un consolatore che, diversamente dall’episodio evangelico del battesimo di Cristo nel Giordano, anziché discendere compia il percorso inverso ascendendo fino a ristabilire un contatto con la volta celeste e, quindi, con noi stessi senza attendere che altri facciano la prima mossa.
Gabriella ci mette in guardia avvisandoci di non possedere alcuna formula alchemica o pozione magica né la certezza di una risposta, ma allo stesso tempo si sforza di cercarla assiduamente perseverando senza arrendersi al primo tentativo perché dove si annida maggiormente il buio vi è più gusto nel trovarvi la luce. Ecco che in suo, e indirettamente in nostro. soccorso, giungono sia le poesie dedicate ai suoi affetti più cari siano essi non più fisicamente esistenti che con coloro i quali la sola presenza risulta lenitiva nei momenti dolorosi: da una parte le amate figure della madre e della nonna Rosina con le quali si instaura un delicato dialogo e una foscoliana “corrispondenza di amorosi sensi” e dall’altra il nipotino. Quindi “Omnia vincit amor” come affermava nella Ecloga X il grande poeta latino Virgilio? Non possiamo asserire con assoluta certezza di si, ma Gabriella con queste poesie vi si avvicina significativamente. Una menzione speciale merita la splendida e suggestiva poesia “Sento il bisogno di Te, o Dio” vera e propria preghiera in versi dove la poeta con una efficace pregnanza che ricorda per intensità gli “Inni sacri” e la chiusa del coro dell’atto IV dell’ "Adelchi" di Alessandro Manzoni, ci aiuta a cercare ciò che per i cristiani è la vera luce, la sola che possa guidarci con sicurezza e nella quale sia possibile sperare in un “più sereno dì”, ovvero Dio.
“I libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante”, così si esprimeva il grande poeta, scrittore e aforista portoghese "Fernando Pessoa". Gabriella Paci con la sua silloge “Il taglio dell’ombra” riesce a dare pieno compimento alla suddetta affermazione grazie ad una disanima intima e universale di questi nostri tempi così fortemente complessi. Anzi, possiamo paragonare questo libro allo strumento utilizzato dal grande artista contemporaneo Lucio Fontana quando, incidendo le tele, creava i suoi “Concetti spaziali”. E in fondo è proprio questo che la poeta ci invita a fare: porsi dinanzi al quadro delle proprie ombre e con fiducia provare a tagliarle, recidendo quel cordone ombelicale che ci tiene legati ad esse intraprendendo una nuova vita. Così torneremo a rivolgere il viso verso il sole cosicché le ombre possano cadere, finalmente, alle nostre spalle parafrasando un antico proverbio del popolo Maori.
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